A tutto Albertini: “Milan che delusione Kalinic, meglio Belotti. Scappavo da Berlusconi per Vasco!”

A tutto Albertini: “Milan che delusione Kalinic, meglio Belotti. Scappavo da Berlusconi per Vasco!”

L’ex campionissimo pluripremiato del Milan, regista in campo come nella vita, ha rilasciato dichiarazioni dalle molteplici sfaccettature sui rossoneri e non solo…

di Niccolò Maria Santi, @https://twitter.com/Niccolo_Santi

Demetrio Albertini conserva ancora il fare del “metronomo” anche fuori dal campo. Ex centrocampista del Milan degli invincibili e della Nazionale si è fervidamente concesso ai nostri microfoni dettando i tempi e suggerendo strategie per aiutare i “sui” rossoneri e il nostro calcio ad uscire dalla crisi in cui versa. Oggi, dopo anni da vicepresidente della F.I.G.C. dove ha offerto le proprie qualità al servizio di un calcio migliore, sembra aver accantonato la politica sportiva in funzione dell’imprenditoria o magari della ragione di stato…

Lei, bandiera rossonera, ha vissuto il ciclo degli invincibili ma anche fasi di transizione. Attualmente questa riforma non sta portando gli effetti sperati. Perché?

“Le aspettative create dalla nuova società erano alte e adesso disattese. Il mercato è una delle componenti per raggiungere gli obiettivi ma non la più determinante come spesso si crede. Purtroppo la mancata sinergia tra Montella e la società ha sfaldato il gruppo, il tutto si è poi acuito in conseguenza dei risultati negativi facendo scemare l’entusiasmo. I giocatori al di là di tutto necessitano di riscoprire, e talvolta maturare, un senso di appartenenza che oggi manca sempre di più e che è determinante per raggiungere successi in campo come nella vita”.

Comunque il mercato non ha soddisfatto appieno. Si può aggiustare il tiro in questa sessione?

“Solitamente i calciatori che approdano in società così titolate vuol dire che hanno numeri importanti e di spessore. Quando un giocatore arriva al Milan però deve essere cosciente che non ha raggiunto il gradino più alto, ma è solo all’inizio e ha tutto da dimostrare. I rossoneri devono ragionare “day-by-day” senza focalizzarsi su altro. Vedo che in rosa, nonostante il patrimonio speso, manca un vero cannoniere che risolva anche le partite più difficili e ciò è inconcepibile. Vorrei Cristiano Ronaldo (ride, ndr). A parte gli scherzi quest’estate avrei investito su Belotti, il quale però, per adesso, sta arrancando. Confidavo molto in Kalinic, sono rimasto deluso perché speravo fosse più goleador”.

Gattuso, suo storico compagno di reparto in maglia rossonera e in Azzurro, può essere un valido demiurgo?

“Ho fiducia in Rino, ma un conto è fare il giocatore, un conto è fare l’allenatore. Lui ha un amore incondizionato per questi colori e spero che, con la sua grinta, possa trasferirlo ai suoi giocatori insieme alle sue idee tecnico-tattiche. Credo che “Ringhio” abbia assimilato questo senso di appartenenza ai colori rossoneri, sia dentro che fuori dal campo, anche grazie a noi senatori dello spogliatoio. Ricordo sempre con affetto quando, appena arrivato a Milanello, si fece la barba lasciando, a suo dire (ride, ndr), qualche pelo della barba nel lavandino; io lo ripresi facendogli notare che ci vuole grande rispetto, come in famiglia, in ogni ambito. Un gesto semplice ma che ha aiutato a creare grande unione. Lui, essendo un uomo di nobili principi, ricorda sempre quel momento con affetto”.

Lei che scalzò Ancelotti imponendosi con geometrie rare che cucivano la difesa con l’attacco aveva un idolo di riferimento?

“Quando ero bambino, e quindi lontano dall’idea di fare il professionista, mi innamorai calcisticamente di Marco Tardelli e del suo urlo “Mundial” del 1982. Crescendo il mio idolo è diventato Ancelotti il quale, appena sono arrivato in rossonero, mi ha subito aiutato a crescere. “Scalzato” non lo vedo appropriato, diciamo che ho preso il suo posto. Sia Carlo che Frank Rijkaard sono stati per me due maestri meravigliosi, come compagni di squadra prima e come allenatori poi”.

13 anni dopo Pirlo ha ereditato le chiavi del centrocampo rossonero grazie ai suoi dettami…

“Andrea per me è uno dei 5 giocatori italiani più forti di sempre. L’ho ammirato sin dal primo anno in cui abbiamo potuto allenarsi insieme. Ho creduto fermamente in lui e in tutto il suo eccezionale talento”.

Il “suo” Milan d’antan dei Savicevic, Baresi, Papin, Weah…ha scritto pagine epocali. Un’immagine su tutte che ancora oggi la emoziona?

“Ho vinto tanto, ma ho anche perso molte finali e le sconfitte ti aiutano a trovare la rotta per trionfare se impari a cogliere gli insegnamenti. La stagione del ’94 è per me la più significativa, in quanto ho vinto con il Milan lo Scudetto, la Coppa dei Campioni, la Supercoppa Italiana ed Europea mentre con la Nazionale sono arrivato secondo ai Mondiali di USA. E’ stato qualcosa di magico e irripetibile. Se penso invece alla partita più importante a sorpresa dico il mio addio al calcio. Perché tutti i grandi campioni del Milan e del Barcellona hanno voluto essere presenti davanti alla cornice dei quarantamila del Meazza. In campo c’erano otto Palloni d’oro, qualcosa di unico per una partita d’addio. Ricordo ancora commosso le parole di Van Basten quando in mezzo al campo mi ha detto: “Demetrio solo tu potevi riunirci tutti insieme così”. Qualcun altro invece mi ha scritto: “Scusami se solo adesso ho capito quanto eri importante tu nello spogliatoio”. Ciò va oltre qualsiasi vittoria o sconfitta è il premio più bello”.

Una storia d’amore, quella con “il diavolo”, finita bruscamente… 

“Citando Dostoevskij: “Il soffrire passa. L’aver sofferto non passa mai”. Le cose belle che ho vissuto con il Milan fanno passare in secondo piano quel momento di estrema sofferenza per me. Il mio sogno era quello di chiudere la carriera in rossonero. Tornassi indietro però vorrei rivivere esattamente tutto ciò che la mia professione mi ha regalato. Ho vissuto esperienze edificanti con le maglie di Lazio, Atletico Madrid e Barcellona che hanno arricchito il mio palmares sportivo e umano. Ringrazio anche di aver avuto la possibilità di conoscere una società gloriosa come l’Atalanta che mi ha insegnato che la soddisfazione nello sport non sta solo nel lottare per uno Scudetto, ma anche in tutto ciò che riguarda la crescita e la valorizzazione dei giovani”.

Proprio Weah è recentemente diventato Presidente della Liberia. Altri ex rossoneri come Galli, Kaladze e Shevchenko hanno tentato la carriera politica. Già negli spogliatoi si parlava della ragion di stato?

“La politica entrava soltanto perché faceva parte della cultura di quel gruppo. Ho avuto la fortuna di avere compagni culturalmente elevati, si leggeva anche il “Corriere della Sera” e “La Repubblica” oltre ai quotidiani sportivi. Sono felice per George, già anni fa provò a candidarsi ma senza successo, ha sempre avuto la stoffa del leader anche nell’impegno sociale. Lui è la dimostrazione che per fare politica non ci si può improvvisare e, dopo anni di studi, è riuscito a trionfare”.

Si vocifera che anche per lei si prospetti un futuro in politica tra le fila del PD…

“Ad oggi faccio l’imprenditore e mi occupo di una società di comunicazione principalmente in ambito sportivo: la “DeMa4”. La politica sportiva mi piace molto, anche perchè gli otto anni da vicepresidente della Federazione mi hanno insegnato molto. In questo momento però la mia attenzione è tutta dedita alla mia attività imprenditoriale, nient’altro”.

Esiste oggi un Albertini a cui consegnare le sorti del centrocampo azzurro ormai in caduta libera?

“Ho odiato sempre i paragoni perché è sempre difficile poterli mantenere. Non giocare il Mondiale limita moltissimo la crescita umana e sportiva anche dei nostri giovani. Pensare che un fuoriclasse come Verratti, seppur con caratteristiche diverse da me, non giocherà il Campionato del Mondo a me fa inc****re detto proprio sinceramente (ride, ndr)”.

Oppure Bryan Cristante, oggi nuovo crack del calcio, ceduto dal Milan nel 2014 perché ritenuto acerbo…

“A me è sempre piaciuto. Purtroppo è arrivato in un’epoca in cui le plusvalenze economiche, e il fatturato, contano più del valorizzare un giovane talentuoso in prospettiva. E’ questo uno dei problemi del calcio italiano e finché non invertiremo questa tendenza sarà difficile ripartire”.

La colonna sonora della sua vita?

“Il mio idolo è sempre stato Vasco Rossi, scappavo anche dalle cene di Berlusconi per andare a sentire i suoi concerti (ride, ndr). Credo però che “My Way” di Sinatra, dopo il mio addio al calcio, è diventata la mia canzone. Vivere guardando al futuro, un po’ come il “mio” Milan che grazie a questa capacità ha saputo dominare il mondo”.

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